SOGNANDO, IN MUSICA

 

Oramai era logico che, arrivato a questo punto, parlando di sogni, non potessi non parlare dei sogni che facevo e faccio ascoltando la mia musica preferita. Quando ho iniziato a scrivere queste pagine, non volevo assolutamente essere in qualche maniera autobiografico, ma credo sia inevitabile, poiché quando abbiamo dentro di noi qualcosa in cui veramente crediamo, ed in un certo senso si vive solo in funzione di questa, ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione sono dettati dall'amore e la passione che proviamo per essa.
Ora non so se i sogni che facevo e continuo a fare sono negativi o positivi, non ha comunque importanza visto che non rientrano nella categoria degli incubi; sono solo sogni ad occhi aperti, e tali devono rimanere.
Ci sono brani che ascoltavo quando ero circa quindicenne, ed all'epoca mi davano un certo tipo di emozioni. Gli stessi brani, stranamente, a distanza di altrettanti anni, mi fanno rivivere le stesse emozioni.
E' bello questo, significa che nonostante tutto non sono cambiato dentro, e le mie erano emozioni giuste.
Naturalmente il mio modo di vivere la vita si è un po' modificato, forse migliorato, sono diventato più profondo e sicuramente più tollerante, ma quello che ho nel cervello è più o meno lo stesso; il mio modo di pensare, la mia innata ricerca della verità, la voglia di imitare i salmoni nuotando contro corrente, la mia malinconia e romanticismo che riempiono il nero dei miei occhi sono sempre gli stessi.
Anche nei momenti migliori della mia vita, non mi sono mai sentito veramente gioioso; sereno ed equilibrato sicuramente si, ma gioioso e superficiale mai; c'è sempre un pizzico di malinconia nel mio sguardo.
Ho iniziato ad amare la musica quando ero molto giovane, un ragazzino spavaldo e pieno di se; e devo ringraziare una persona che mi è molto cara, siamo cresciuti insieme ed eravamo arrivati ad un punto che i nostri cervelli erano quasi una cosa sola; citando uno scrittore che mi ha accompagnato nella crescita potrei definire questa persona come "un vecchio compagno di sbronze", anche se effettivamente di sbronze io e Richie non ne abbiamo mai prese.
Noi c’estraniavamo ascoltando musica, e i ricordi più belli che mi accompagnano nel quotidiano sono le serate passate nei vari locali del bassanese ad ascoltare new-wave, punk, dark, bevendo birra e parlando di cose importanti.
E' più che naturale che oggi, 31 dicembre 1995, il mio pensiero torni indietro al 31 dicembre 1981, quando abbiamo aspettato il nuovo anno in una carrozzeria addobbata per l'occasione.
C'erano ragazzi punk, dark, gente un po' strana; mi ricordo che nel recarci lì siamo stati fermati da una pattuglia di carabinieri, e mentre uno di loro controllava i nostri documenti, l'altro ci teneva il mitra puntato.
E' tuttora mortificante; essere controllati solo perché si è vestiti in una certa maniera; questa è una cosa che non ho mai accettato, e mai accetterò.

"Oil on Canvas", Japan. Una delle migliori registrazioni dal vivo mai prodotte. Ogni volta la riascolto mi riaffiora alla mente una vacanza trascorsa a Parigi.
Ovviamente gli Japan con Parigi non c'entrano nulla, ma mi ricorda quel periodo perché era una delle tante cassette che avevamo portato con noi da Bassano, ed era forse quella che ascoltavamo di più.
La sto ascoltando anche ora.

"Ghosts", brano stupendo, quasi mistico.
Mi ricordo che un pomeriggio, nella metrò parigina, sul marciapiede opposto al nostro c'era un barbone, o meglio un clochard, che ad un certo punto si mise ad urinare sul muro, e mentre lo faceva gridava tutto felice "c'est francais", "il est francais et il est le plus beau". Subito ci siamo messi a ridere, ma poi ripensandoci abbiamo trovato il tutto molto triste, ma allo stesso tempo anche istruttivo.
Quest'uomo di mezza età era sereno e felice, malgrado non avesse futuro; cosa che noi invece avevamo.
Noi siamo cresciuti un po' staccati dalla società, o meglio dai criteri di educazione ed adolescenza che sono impartiti ai giovani, ma non ci siamo mai messi contro la società, noi eravamo tranquilli per i fatti nostri, non scocciavamo nessuno, e volevamo che nessuno badasse a noi.
Ciò che sto scrivendo non è fuori tema rispetto al titolo di questo libro. Credevamo di vivere un sogno quando ascoltavamo i Japan, i Joy Division, Lou Reed, i Bauhaus e tutti gli altri.
Potrei scrivere milioni di pagine parlando della mia musica. Ad ogni brano corrisponde un sogno diverso, ambientato in posti e situazioni diverse, ma sono tutti sogni che hanno lo stesso minimo comune denominatore: sono sogni scaturiti dalla mia fantasia, sono sogni che popolano il mio mondo e mi danno la carica, la forza di vivere in questo sporco mondo materiale.

"Atmosphere", Joy Division. Definire questo brano un capolavoro è certo una banalità.
"Atmosphere" è qualcosa di più.
E' un viaggio lento alla ricerca di noi stesi. Sembra quasi un brano che c’introduce e ci annuncia alla presenza di Dio.
L'ho ascoltato mille volte, e non mi soddisfa mai. Ogni volta scopro sfumature diverse, emozioni quasi sacre, da pelle d'oca.
Quello che sto per dire potrebbe scandalizzare qualcuno, sembrare di cattivo gusto o magari macabro; ma è solo un mio desiderio: voglio che al mio funerale, dopo che il prete avrà terminato la Funzione dandomi, se vorrà, l'estrema unzione, mentre qualche anima buona solleverà la cassa e mi condurrà fuori, sia fatta sentire "Atmosphere" dei Joy Division.

So che Dio mi saprà capire e perdonare, ma è la mia ultima volontà, oltre quella di far prelevare tutti i miei organi possibili per donarli a qualcuno che soffre.
Mentre scrivo, ed ascolto la voce di Ian Curtis, sento come un brivido freddo lungo la schiena:

          " Cammina in silenzio,

        Non andartene, in silenzio,

        Bada al pericolo,

        Sempre pericolo,

        ...........,

        Non allontanarti, in silenzio,

        La tua confusione,

        La mia illusione,

        ...........,

        Via da ogni angolo troppo in fretta,

        Pensaci con la dovuta attenzione,

        Non andartene in silenzio,

        Non andartene. "

Questo diceva Ian Curtis, ma questo sicuramente non ha fatto quel fatidico sabato di maggio, quando è andato via in silenzio, camminando lontano, in silenzio.

 

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