THE HOOKY WOOKY TOUR

 

Il mio sogno è diventato realtà.
Sono passati circa vent'anni da quando ho acquistato il mio primo disco di quel cantante americano che ha cambiato totalmente la mia vita, dandomi quelle indicazioni per crescere a modo mio.
Era qualche giorno del settantasei, e mi sembra ieri.
Mi rivedo, magrissimo, con il mio paio di occhiali da vista che coprivano i miei occhi neri, e già tristi; mi rivedo uscire da quel negozio di dischi nel centro di Bassano che diventerà poi uno dei luoghi d’incontro con gli amici.
Ero soddisfatto di aver speso i pochissimi soldi che avevo per quel disco, invece che tenerli per il domani, ed ero curioso di sentire in pace la musica che quel disco conteneva, consigliatomi da amici che rivedo sempre con affetto.
"Rock'n Roll Animal", registrato dal vivo da Lou Reed, un nome che mi era ancora sconosciuto.
L'ho amato subito, è diventato il mio idolo e lo sarà per sempre.
Ora sono comodamente sdraiato sul mio divano, sorseggiando Four Roses ed ascoltando David Sylvian, ma il mio cuore è gonfio di gioia e la mia mente ripercorre la serata trascorsa ieri, una serata che non dimenticherò mai e che posso sicuramente definire storica.
Firenze, Teatro Verdi, Giovedì 18 Aprile 1996, ore 21.
Ero seduto comodamente sulla poltrona in platea, il gruppo di supporto (i Whipping Boy) aveva finito di esibirsi da poco, e sul palco c'era un frenetico via vai di tecnici e operai.
Mi sentivo ancora abbastanza calmo, credevo di essere emozionalmente pronto, ma non era così.
Ad un tratto le luci hanno cominciato ad abbassarsi fino a spegnersi, la gente si affrettava a prendere posto, la musica che intratteneva il pubblico cessò. Il Teatro era al buio, e c'era un silenzio quasi spirituale.
Sul palco si videro improvvisamente tre o quattro lucette muoversi e poi spegnersi.
Alle 21,15 in punto l'apoteosi; il palco è illuminato di luce blu ed un assolo di chitarra elettrica, coperto dal fragore degli applausi, esce dalle decine di casse e altoparlanti.
Al centro del palco, dietro una trincea di casse e pedaliere, indossando una T-shirt nera, pantaloni di pelle neri, i capelli ricci lunghi, imbracciando una chitarra elettrica nera, c'era lui; il grande Lou Reed salutava il suo pubblico e iniziava il concerto con un classico: "Sweet Jane".
Dal fragore del pubblico, sembrava che il Teatro crollasse.
Era accompagnato da tre musicisti di tutto rispetto, classe e bravura innati: il bassista, nero e con il fazzoletto in testa; il batterista, anch'egli di colore, con gli occhiali da vista ed il fazzoletto in testa; l'altro chitarrista invece era biondo, capelli corti e baffetti biondi, sembrava quasi un tedesco.
Dalle prime note abbiamo subito intuito che sarebbe stato uno dei più grandi eventi musicali, con dei musicisti che facevano uscire scintille dagli strumenti.
Ora, a mente fredda, non saprei esattamente descrivere il mio stato d'animo, l'emozione che mi ha preso appena l'ho veduto.
Era a meno di trenta metri da me, stava cantando e suonando "Sweet Jane", ed io ero lì.
Credevo mi scoppiasse il cuore, batteva anch'esso seguendo il forte ritmo impresso dalla batteria.
Non dovete criticarmi, o farvi beffe di me; io non chiedo nulla, sono cresciuto ascoltando le canzoni di Lou Reed nei momenti più disparati della mia vita, non ho mai seguito i consigli di chi pretendeva insegnarmi qualcosa a parole, ma dandomi cattivo esempio nei fatti.
Lo so che Lou Reed è solo un poeta che canta, che ha fatto molti errori nella sua vita, ma è da vent'anni che lo ascolto, oramai è quasi una parte di me.
Con la sua musica ho pianto, ho riso, ho sofferto ed ho avuto gioie; sono cresciuto, sono cambiato, ho viaggiato, ho conosciuto molta gente, ho avuto amici che mi hanno tradito e nemici che mi hanno stimato, sono diventato maturo; ma tutto questo è sempre stato accompagnato dai suoi brani.
E finalmente il mio sogno è diventato realtà.
Il Teatro era esaurito, quasi 1700 persone erano lì per lui.
Magari a Lou non importava nulla, ma anche io ero lì, e credevo che Lou suonasse solo per me perché attorno a me era come se non vedessi nessuno.
Quando ha terminato il concerto, verso le 23,15, assieme alla band ha salutato il pubblico ed è uscito.
Le luci erano spente, il pubblico urlava, applaudiva, batteva i piedi.
E finalmente sul palco sono apparse le fatidiche tre o quattro lucette che annunciavano il rientro della band per il bis.
Hanno suonato per un'altra buona mezz'ora, sembrava che la fatica non li avesse nemmeno sfiorati vista la vitalità, la rabbia, la forza e la quasi cattiveria con le quali maneggiavano gli strumenti.
Quando Lou e la sua band hanno salutato di nuovo il pubblico e sono usciti, sono rimasti fuori appena cinque minuti, tanto era forte la richiesta per un nuovo bis.
Sono tornati.
Lou Reed era visibilmente emozionato e contento dell'accoglienza.
Eravamo tutti in piedi ad applaudire, la gente sui palchetti del Teatro era tutta affacciata.
Era uno spettacolo nello spettacolo.
Il grande Lou Reed ci ha regalato una versione indimenticabile di "Satellite of Love", ed ha terminato con una versione acustica, accompagnato con un tamburello dal batterista e facendo sfogare ancora, se ce n'era bisogno, il chitarrista, con una struggente versione di "Pale Blue Eyes".
Quando ha finito è rimasto sul palco, assieme ai musicisti, inchinandosi più volte e ringraziando con degli italiani "grazie" il pubblico.
E' stato tutto sublime.
Era passata la mezzanotte quando ritornai nella mia normalità.
Non avevo mai veduto Lou dal vivo.
L'ho amato ascoltando i suoi dischi, leggendo i suoi testi che sono vere e proprie poesie.
Da giovane mi vestivo di nero come lui, mi tagliavo i capelli cortissimi come lui; ma il mio desiderio era vederlo, ascoltare i suoi brani dal vivo.
Il concerto al Teatro Verdi di Firenze è stato un evento eccezionale nella mia esistenza, qualcosa che mi resterà dentro il cuore per sempre.
Certo, Lou Reed non è più quel giovane ribelle e trasgressivo, drogato e alcolizzato, che buttava la vita in una siringa ed usava la musica come sfogo.
Ora è un uomo di cinquant'anni, con tante esperienze negative vissute e superate, che non hanno mutato il suo fisico asciutto ed il suo viso scarno; le sue canzoni sono più calme, più positive, con testi meno crudi e rabbiosi, piene di dolci parole d'amore; ma la sua arte, il suo personaggio è sempre il migliore.
Lui è il vero ed unico re del rock; il primo, l'unico ed ultimo "animale da rock'n roll".

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